Bosco di Monte Cucco
In questi sentieri ombrosi dell’Alta Murgia, il vento tra le conifere sembra sussurrare storie antiche, come se il tempo avesse lasciato impronte sulle radici e sulle pietre. Secoli fa, querce secolari dominavano questi boschi, offrendo legno robusto per case, barche e botti di vino. Ma con l’aumento demografico dell’Ottocento, quegli alberi furono quasi del tutto abbattuti: quando la pioggia cadeva impetuosa, i fondovalle si trasformavano in torrenti minacciosi per i paesi vicini e per Bari. Solo nel 1928, con la piantumazione delle conifere, la natura iniziò a ritrovare un fragile equilibrio che rallentava l’acqua e restituiva sicurezza. Camminando tra questi sentieri un tempo utilizzati per la transumanza, si ha l’impressione di ripercorrere i passi di pastori e contadini di secoli passati. Nel bosco si possono incontrare grandi mammiferi, rapaci silenziosi, vipere e ramarri, muoversi tra piante officinali e orchidee rare, tra fiori come la Peonia mascula. Ma questi luoghi sono anche custodi di memoria.
Qui vissero i briganti, fenomeno diffuso già dai primi decenni dell’Ottocento, amplificatosi con l’Unità d’Italia e il malcontento sociale del Sud. Erano poveri contadini ed ex soldati borbonici che si ribellavano all’esercito piemontese e ai “galantuomini” locali, assalendo treni, masserie e caserme per rubare bestiame, foraggio e vettovaglie. Alcuni li consideravano Robin Hood, altri li vedevano come predoni senza scrupoli. Il governo reagì con durezza: centoventimila soldati tentarono di estirpare il fenomeno, mille briganti furono fucilati, duemila caddero in battaglia, tremila furono condannati a pene durissime o all’ergastolo. Le ferite di quegli scontri segnarono profondamente il rapporto tra Stato e Sud, dando origine alla cosiddetta “questione meridionale”. Questo bosco non è solo natura: è memoria, è storia viva, un intreccio di bellezza e dolore, di resistenza e vita.







