Casina Mastroserio
Questo podere, con il suo ingresso palladiano, immerso tra le dolci colline pugliesi, racconta storie che si intrecciano tra pietra e segretezza. Costruita agli inizi del XIX secolo da Giuseppe Mastroserio, sindaco di Grumo e fervente adepto della “Bruto Secondo”, la dimora non era soltanto una residenza: era un rifugio per chi sognava la libertà. La società clandestina, fondata da Giovanni Scippa e ispirata alla tragedia di Vittorio Alfieri, trovava qui il suo quartier generale. Marco Giunio Bruto, simbolo di coraggio e dedizione alla libertà, aleggiava nelle conversazioni e nei progetti dei rivoluzionari che attraversavano i corridoi silenziosi della villa. Il patio, sorretto da due colonne bianche e coronato dal timpano superiore, conferiva all’edificio l’aspetto di un tempio, un luogo dove la speranza per un’Italia libera si mescolava al mormorio dei venti tra gli alberi.
La posizione strategica permetteva di controllare ogni movimento nei dintorni, un dettaglio essenziale per chi doveva sfuggire alle truppe reali. Nel 1821, Grumo divenne teatro di cospirazioni e fughe. Giovanni Scippa ospitò Giuseppe Silvati e Michele Morelli, carbonari perseguitati dal Regno delle Due Sicilie. All’interno un grande salone conduce ad altri locali; purtroppo, oggi restano solo pochi segni degli affreschi che un tempo decoravano il soffitto. Una grande botola in pietra porta ai locali sotterranei, che, secoli dopo, furono probabilmente rifugio per alcune famiglie ebree durante il regime fascista. Oggi, tra stanze vuote e tracce degli affreschi sbiaditi, si percepisce ancora l’eco di quei moti rivoluzionari. La scritta “Qui si sana”, posta successivamente quando la villa divenne residenza nobiliare, sembra voler evocare un’epoca diversa, ma chi conosce la storia e viene qui, respira la forza della libertà che nessuna tirannia e nessun regime potè spegnere.













